
Quando, sul finire del Neolitico, gli uomini scoprirono che era possibile comunicare mediante combinazioni di simboli in grado di indicare cose o concetti, uscendo così definitivamente dalla preistoria, il primo problema che dovettero affrontare fu quello di dove riprodurre i segni che convenzionalmente si erano dati. I materiali che la natura metteva a disposizione erano pochi. Non si andava oltre la pietra e la corteccia degli alberi; presso alcune popolazioni anche le foglie del banano o i gusci delle conchiglie.
Se però sulla pietra era possibile incidere precetti religiosi o magnificare la grandezza del sovrano e sui tronchi era possibile lasciare messaggi o istruzioni per i viandanti, tali materiali risultavano improponibili per altri impieghi.
Per soddisfare ogni esigenza venne sperimentata una grande varietà di materiali: tavolette di legno, placchette di avorio, lamine di rame o di piombo… Il costo elevato di tali materiali, però, richiedeva che fossero riutilizzati più volte, ricoprendoli di uno strato di cera sulla quale, una volta indurita, era possibile incidere i segni di scrittura: bastava poi raschiare la cera, perché lo stesso supporto potesse essere riutilizzato più volte. Ma in tal modo si perdeva ogni traccia del passato.
Un materiale relativamente più economico fu quello impiegato nell’ area delle scritture cuneiformi: i segni venivano incisi su tavolette di argilla lasciata successivamente seccare. Col tempo anch’ esse si sarebbero dissolte, ma, a farle pervenire sino a noi, in molti casi avrebbero provveduto i frequenti incendi che devastavano i palazzi,trasformando l’argilla cruda in terracotta.
Il loro limite era rappresentato dalla pratica impossibilità di realizzare più copie di uno stesso documento, il che divenne possibile quando comparvero due materiali destinati a giocare un ruolo determinante per alcuni millenni: il papiro e la pergamena.
Il loro uso è molto antico: erano adoperate nell’età classica; furono conosciute anche nel Medioevo e qualche esempio se n’è avuto fin quasi ai nostri giorni.
Erano costituite con assicelle rettangolari di legno o di avorio, con un breve margine rialzato lungo i quattro lati, come una cornice. La parte centrale, incavata, era spalmata di cera e si scriveva su di essa con uno strumento a punta dura, lo “stilus”, che poteva essere di metallo, d’avorio o d’osso. Lo stilo aveva un raschino dalla parte opposta alla punta, in modo che si poteva facilmente cancellare la scrittura lasciando la cera. Le tavolette venivano adoperate nella scuola per esercitazioni retoriche, negli affari giornalieri, per lettere, conti e contratti e nei lavori letterari.
Presso i Romani erano dette “tabulae”, e per “codices” si intendeva l’insieme di due o più “tabulae” tenute unite da fermagli metallici, in modo da farne una specie di libro.
Le tavolette dell’età romana, che conosciamo, provengono da scavi e contengono documenti privati o scritture di natura giuridica.
I documenti sono di regola dittici o trittici. Il gruppo più importante è quello trovato a Pompei. Il loro uso doveva essere assai ridotto e limitato; da alcune testimonianze sappiamo che fu ininterrotto nell’ alto Medioevo per lettere, per la prima stesura di composizioni letterarie e per appunti. Simili in un certo senso alle tavolette cerate, ma d’avorio all’interno e riccamente scolpite all’esterno, sono i dittici consolari.
Il papiro è una specie di carta fabbricata con il fusto di una pianta palustre, che si coltiva in Egitto sulle rive del Nilo. Il suo uso risale alla remota antichità;passò poi in Grecia e a Roma. I Romani derivarono dai Greci i nomi di papiro e di carta. La tecnica della fabbricazione ci è narrata da Plinio il Vecchio: i fusti del papiro venivano tagliati al piede e mondati della corteccia verde; il midollo veniva tagliato nel senso della lunghezza in liste larghe quanto il fusto, ma sottilissime, che venivano allineate sopra una tavola e impregnate d’acqua del Nilo. Sopra veniva posto un altro strato in senso traversale e poi a pressione si facevano aderire perfettamente i due strati, ottenendo un foglio compatto. I singoli fogli venivano incollati in modo da formare un rotolo, che si mettevain commercio. Si avevano diverse qualità di papiro, dai fogli più o meno grandi, di maggior o minor prezzo.
La fabbricazione del papiro nacque in Egitto e durò anche dopo l’invasione araba; sulla fine del secolo x si ha ricordo dell’industria del papiro a Palermo. È certo che nel secolo IX la Francia e la cancelleria pontificia usavano ancora papiro egiziano. La fabbricazione in Egitto cessò verso la metà del secolo XI, quando venne a mancare la coltivazione della pianta, a causa della siccità del Nilo.
I papiri latini di argomento letterario si possono distinguere in tre categorie:
Numerosi sono invece i documenti.
Troviamo il papiro in Francia nel secolo VII nei diplomi dei re merovingi; in Italia abbiamo i papiri di Ravenna dei secc. V-X, che contengono documenti privati, e quelli della corte pontificia, che giungono fino alla metà del sec.XI.
È costituita dalla pelle di vitelli, montoni, capre, pecore; trattata in modo da ridurla in fogli bene spianati. Il nome indica che Pergamo, in Turchia, fu il centro principale della sua produzione.
Da un ricettario conservato in un codice lucchese dell’VIII secolo d.C. abbiamo la descrizione delle varie operazioni necessariealla sua produzione.
La pergamena esigeva ancora una preparazione immediata da parte dello scrittore, per renderla più liscia. I più antichi esempi sonopochi frammenti che risalgono al III secolo. In una lettera di San Paolo c’è un accenno esplicito a questo materiale scrittorio nell’ invito a Timoteo di portare con sé in viaggio i libri. Tuttavia l’ uso della pergamena era molto raro.
Solo dal IV secolo la pergamena divienedi uso comune. Nel secolo VIII i codici membranacei sono numerosissimi, fino al secolo XIII, quando inizia la concorrenza della carta.
Il documento membranaceo più antico è la carta di fondazione del monastero di Bruyère –le Château del 670. Alla Francia appartengono altri documenti del secolo VII, in tutto una ventina. In Italia la più antica pergamena originale è dell’anno 716 ed è conservata a Milano, nell’archivio di Stato.
La pergamena usata per i codici è fine e levigata, destinata a ricevere la scrittura da ambo i lati. Per i documenti è liscia da una sola parte, perché su essi si scrive da un solo lato.
Per i codici di lusso, documenti di eccezionale importanza, si usa tingere la pergamena, di regola di porpora, ma troviamo anche pergamene azzurre o nere. I codici purpurei contengono di regola libri sacri come i Vangeli.
Nel libro della dinastia degli Han si legge che anticamente, in Cina, i documenti erano scritti su tavolette di bambù,sulle quali le lettere si incidevano col ferro rovente; queste tavolette venivano legate assieme, formando così una specie di libro rudimentale.
L’inizio della fabbricazione di una materia nuova sembra doversi ricercare nella preparazione di fogli, mediante l’uso di ritagli di seta imbevuti d’acqua e ridotti in poltiglia con pietre e martelli. Questa pasta, versata su una stuoia, dava origine a un foglio che veniva asciugato al sole.

Non siamo però ancora in presenza della carta, così come correntemente la intendiamo, costituita di fibre vegetali e non di fibre animali.
L’opinione pubblica in Cina ha attribuito a Ts’ai Lun l’invenzione della carta nel 105 d.C. Finalmente il materiale per scrivere, già privilegio di pochi per il suo costo elevato (la seta) o per l’impiego malagevole (il bambù), fu alla portata di tutti. Col tempo l’arte di fabbricare la carta si diffuse in tutta la Cina e, oltre che alle materie prime adoperate da Ts’ai Lun, i cartai cinesi si rivolsero ai germogli di bambù, alle alghe e ad altri vegetali secondo la disponibilità, rimanendo fermo il principio fondamentale, che, nella sua essenza, è giunto fino a noi.
L’arte di fabbricare la carta passò dalla Cina al Giappone attraverso la Corea, i cui abitanti, specialmente nel VI secolo d.C., servirono da intermediari.
Attorno all’ anno 610 un monaco tornò in Giappone dalla Corea, portando con sé, oltre a una collezione di libri giuridici cinesi, le nozioni pratiche sulla fabbricazione della carta edell’ inchiostro. A quest’ uomo occorre riconoscere il merito di avere importato i criteri di produzione di questo materiale scrittorio.
Ciò che presenta un interesse notevole, specialmente per noi occidentali, è come e attraverso a quali vicende giunse nei nostri paesi la nozione dell’ esistenza della carta. Fra i secoli VII ed VIII dell’ era cristiana l’impero arabo aveva raggiunto la sua più grande estensione territoriale.
I prigionieri cinesi, nelle mani degli arabi e condotti a Samarcanda, in mancanza di gelso si valsero, per la fabbricazione della carta, dei cenci di lino, che in quella zona era intensamente coltivato con la canapa. La disponibilità d’acqua favorì il sorgere della produzione locale della carta e gli arabi ben presto moltiplicarono i suoi usi e ne diffusero la fabbricazione.
Pur rimanendo Samarcanda il centro principale della produzione cartaria del Medio Oriente, con la diffusione dell’impiego di questa nuova materia nel mondo arabo, si cominciò a produrre la carta anche in altre località: Bagdad, Tripoli, Damasco e Tiberiade.
L’uso e la fabbricazione della carta, una volta arrivati dalla lontana Cina alle coste del Mediterraneo, proseguirono la loro espansione verso l’Europa, seguendo la traccia delle occupazioni arabe: dall’Egitto, attraverso l’Africa settentrionale, la carta passò al Marocco e subito dopo nella Spagna meridionale, dove la cultura araba fioriva splendidamente.
Gli arabi portarono la fabbricazione della carta anche sul territorio italico: sicuramente in Sicilia, durante l’occupazione iniziata con lo sbarco di Mazara nell’827 e conclusasi nel 1091.
È certo che il procedimento arabo di fabbricazione iniziò la sua diffusione in Italia e in Spagna giàprima del 1000.
È logico pensare che i normanni, i quali con Ruggero d’Altavilla cacciarono gli arabi dalla Sicilia, abbiano mantenuto l’arte della fabbricazione della carta.
Il procedimento arabo (molitura manuale individuale degli stracci con magli di legno entro piccoli mortai, preparazione dei fogli con forme ancora sul tipo cinese, collatura con amidacei e soluzione gommose) rimase invariato nei secoli.
Solo le carte ritrovate alla metà del XIII secolo hanno caratteristichediverse da quelle precedenti.
La triturazione meccanica della materia prima e la collatura dei fogli con gelatina animale furono i principi che innovarono profondamente il sistema antico. I rinomati cartai italiani sostituirono batterie di magli azionati idraulicamente per mezzo della ruota ai battitori manuali; alla collatura araba sostituirono quella con gelatina animale, che conferì alla carta doti di conservabilità non possedute dalle carte arabe.
Un complesso di circostanze favorevoli fece sì che all’inizio del 1300 in Fabriano la produzione artigianale della carta si espandesse, a poco a poco, meglio che in ogni altro centro d’Italia. Ai fabrianesi è dovuta la fondazione di varie cartiere in diverse località del nord Italia.
Alcuni maestri cartai italiani presero poi a diffondere l’industria anche in altri paesi: in Francia, in Austria, in Germania e in Svizzera.
I maestri fabrianesi sostituiscono il mortaio delle vasche di pietra con pestelli azionati dalla ruota idraulica.
Verso la fine del secolo XVIII venne realizzata dal francese Robert la macchina continua.

Nel primo decennio del 1800, quando vennero realizzate le macchine da stampa, gli stracci apparvero subito insufficienti a fare fronte al crescente bisogno di carta. Nel 1844 il tedesco Keller realizzò la cosiddetta pasta di legno che si ottiene sfibrando tondelli di legno, scortecciati e puliti contro una pietra rotolante sotto l’azione di un getto d’acqua. La pasta viene poi depurata eraffinata e rappresenta circa il 70% del legno da cui si è partiti.
Solo quando si riuscì ad applicare industrialmente il processo messo a punto da Keller per la sfibratura meccanica del legno, a cui fecero seguito quelli proposti da Watte e da Rurgess per la fabbricazione della cellulosa alla soda, e , anni dopo per quella al bisolfito, le cartiere sino ad allora esistenti poterono ampliarsi e assumere caratteristiche industriali. In questo modo la carta entrava nella modernità.
A quel punto i centri di produzione si moltiplicarono in Italia e all’estero. Nel 1690 era stata fondata anche la prima cartiera a Filadelfia (America) da un cartaio dei Paesi Bassi.
L’ introduzione della macchina continua rimise in discussione la fabbricazione della carta; per le cartiere italiane i problemi erano più gravi che altrove, per la scarsità di capitali necessari per rifornirsi di nuove macchine. In questo quadro non esaltante, il Piemonte fa eccezione: da molto tempo l’industria della carta godeva infatti del favore e della sollecitudine dei governanti.
Il Piemonte è dunque in una situazione migliore rispetto agli altri Stati Italiani quando dal 1827 compaiono le prime macchine continue.
Dopo il 1840 si iniziarono a registrare notevoli incrementi di produzione, le cui ragioni andavano ricercate essenzialmente nell’impetuoso sviluppo dell’arte tipografica e in un accesso facilitato rispetto ad altre regioni alla conoscenza dell’ innovazione.
Una lettura che abbiamo effettuato sul Museo di Fabriano ci permette un salto nel passato.
La colla fu inventata nella seconda metà del ‘200 da un ignoto fabrianese che si lambiccava il cervello per risolvere un difficile problema: a Fabriano, nelle Marche, da anni si faceva carta secondo la tecnica imparata dagli arabi, che l’avevano imparata dai cinesi, i quali l’avevano inventata nel 105 d.C. utilizzando scarti di tè, paglia di riso, bambù o stracci di canapa. Poiché il procedimento era abbastanza simile a quello delle “gualchiere” per fare i feltri e Fabriano era maestra in questo campo, fabbricare carta sfruttando gli stracci era parso un buon affare. Invece andava a rotoli: per poterci scrivere senza che l’inchiostro spandesse, bisognava infatti impermeabilizzare il foglio con una colla di farina, però la colla ammuffiva presto e il foglio marciva. Quindi era obbligatorio stilare documenti ufficiali unicamente sull’ indistruttibile pergamena, detta anche cartapecora, perché fatta con la pelle della pecora. Un mastro cartaio pensò alloradi fare una colla speciale riscaldando gli scarti delle concerie e rinforzando quel brodino con allume di rocca. Fu un trionfo: la carta non ammuffiva più e dilagò per tutta Europa mettendo al tappeto la costosissima cartapecora e i cartai fabrianesi si arricchirono.
La tecnica adottata dagli antichi abitanti di Fabriano per produrre un foglio di carta è semplice e al tempo stesso terribilmente complessa. Per prima cosa ci vogliono gli stracci che vanno divisi per qualità e per colore togliendo bottoni, fibbie e cuciture; poi bisogna pulirli, ridurli a pezzettini con una falce piantata verticalmente su un cassone, bagnarli e lasciarli a fermentare per giorni in un putrefattoio. Quando i pezzettini di stoffa sono diventati mosci, passano nella “ pila a magli multipli”, una macchina inventata a Fabriano per pestare gli stracci e ridurli a una pappa che si mette in un tino. Un mastro “lavorente” affonda in quella zuppa lattiginosa un setaccio rettangolare e scodella una specie di piadina d’ovatta bagnata, un “ponitore” accatasta le piadine su filtri di lana e le strizza sotto un torchio, il “lavatore” stacca i fogli e li appende come salsicce a speciali telai. Una volta che i fogli sono asciutti, il “collaro” li intride nella gelatina, li ripressa e li ristagiona sotto un peso, infine un “cialandratore” li leviga amorosamente a uno a uno con una specie di campanella in pietra, in vetro oppure in legno.
I mastri fabrianesi inventarono anche il modo per inserire nei fogli il marchio di fabbrica del cartaio: il setaccio era formato di fitte vergelle di ferro e su quelle vergelle essi cucirono in rilievo, con un filo metallico, il profilo di un animale, oppure di un personaggio, insomma un simbolo.
Certamente con soddisfazione si accorsero che quell’immagine appariva chiaramente guardando il foglio controluce. Sembrava un miracolo, invece dipendeva dal fatto che nei punti in cui il filo metallico sporgeva, lì si depositavano poche fibre di carta, lì passava una maggiore quantità di luce. Era nata così la filigrana.
I mastri cartai hanno fatto di questo procedimento un’arte sopraffina, ricavandone autentici capolavori soprattutto nella prima metà dell’ 800, quando le vergelle metalliche furono sostituite da finissime tele in bronzo sulle quali potevano essere impressi punzoni scolpiti in legno duro.
Più tardi i punzoni furono scolpiti in controluce, con effetti mirabili, su una lastra di cera da trasferire sul bronzo con la stessa tecnica usata per realizzare le statue. In seguito la delicata operazione è stata soppiantata dal bagno galvanico, ma il risultato è sempre straordinario.
Alcuni dei macchinari utilizzati nel corso della storia per ottenere i materiali sopra descritti sono contenuti insieme con carta filogranata appunto nel “Museo della Carta e della filigrana” visitabile a Fabriano, città pionieranella lavorazione della carta, dove fu costituita nel 1326 la corporazione dei cartai.

DAL PASSATO AL PRESENTE
Attualmente in Italia la produzione annuale di carta si aggira sui 12 milioni di tonnellate, per un consumo medio di 188 chili per abitante; 4 milioni di tonnellate sono rappresentate da carta per imballaggio. L’industria oggi non utilizza più stracci di lino o di canapa, ma cellulosa (1) proveniente da conifere e latifoglie con relativi problemi ambientali collegati al disboscamento; buoni risultati si stanno ottenendocon il riciclo della carta e con l’impiego di paglia di riso e grano e di piante annuali. Per estrarre una tonnellata di cellulosa occorrono da 2 a 2,5 tonnellate di legname. Si ricava la cellulosa anche dal mais, dal luppolo e perfino dalle alghe.
(1) La cellulosa è la sostanza che costituisce quasi totalmente la membrana che protegge esternamente le cellule di tutti i vegetali. Essa forma in un certo modo l’ossatura dei vegetali: è una sostanza dura e tenace, eccezionalmente resistente all’attacco degli acidi diluiti; ha un aspetto fibroso e un colore bianco splendente. Dal punto di vista chimico la cellulosa è un composto di carbonio, idrogeno e ossigeno. Si tratta di carboidrato molto simile, come formula, all’amido; praticamente la sua molecola filiforme è composta da un numero grandissimo di molecole di glucosio. In natura, soltanto i filamenti che avvolgono i semi del cotone sono costituiti da cellulosa pura; nelle altre piante essa è mescolata invece a sostanze dette “incrostanti” come la lignina.
IL ROTOLO
La preparazione del rotolo veniva fatta dallo scrittore stesso, incollando tanti “scapi” di papiro quanti servivano a contenere il testo. La loro lunghezza era varia.
Nei rotoli ad uso librario la scrittura era disposta in colonne, in modo che ciascuna di esse corrispondesse ad un foglio di papiro; la lettura si faceva svolgendo il rotolo in senso orizzontale, da sinistra verso destra.
Per facilitare l’avvolgimento, si fissava al principio o alla fine un cilindro di legno o di avorio, che portava attaccata una strisciolina di pergamena.
I rotoli venivano conservatio verticalmente inuna capsadi cuoio chiusa con coperchio o orizzontalmente, poggiati su palchetti di uno scaffale.
La forma a rotolo fu d’uso comune fino al secolo IV; fu rarissima nel Medioevo per uso librario; è rimasta fino ai tempi moderni per documenti pubblici e privati.
Nei rotoli ad uso documentario la scrittura era disposta in senso parallelo alle attaccature dei fogli, tutta di seguito senza discontinuità, in modo che nella lettura si doveva svolgere il rotolo in senso verticale cominciando dall’alto.
Già le tavolette cerate collegate insieme presentano la forma del codice.
Ma il codice divenne d’uso comune ed ebbe la forma del libro moderno quando fu adottata come materia scrittoria la pergamena, particolarmente adatta ad essere piegata per formare fogli doppi e quinterni.
Per formare il Codice i fogli venivano piegati e riuniti a fascicolo senza una regola fissa; l’uso più comune era di formare i fascicoli con fogli doppi.
Per evitare che l’ineguaglianza di colore della pergamena tra la parte più bianca e liscia e quella più scura, talvolta ruvida, desse un aspetto poco decoroso al manoscritto, si badava che le due facciate fossero sempre dello stesso colore: così si alternavano regolarmente due facciate più bianche e due più giallastre.
Prima di iniziare il lavoro, lo scrittore procedeva alla preparazione dei fogli per delimitare la spazio assegnato alla scrittura e per segnare le righe; per ottenere una rigatura regolare tracciava prima con uno strumento a punta, forse un compasso, una serie di forellini che servissero di guida.
La rigatura, di regola, viene tracciata a secco e perciò bastava rigare il foglio solo da una parte.
I fogli rigati, tenendoli aperti, potevano essere piegati mettendo all’esterno la parte della carne o quella del pelo.
Quando si foravano più fogli insieme, i forellini dei fogli sottostanti al primo riuscivano meno forti, talvolta appena visibili da doverli ricalcare.
La numerazione dei singoli fogli entra in uso molto tardi: il sistema più antico consisteva nel numerare solo i quinterni, segnandone il numero progressivo nel verso dell’ultimo foglio.
Terminata la scrittura e la correzione del testo, i quinterni venivano cuciti insieme e il libro così formato poteva essere ricoperto in vario modo secondo la sua importanza. Si avevano semplici copertine in cuoio o in pergamena, oppure legature di lusso formate da assi di legno ricoperte e ornate di borchie, smalti e gemme.
Il formato dei codici varia attraverso i secoli tenendo conto anche del contenuto. Nei secoli più antichi fino al secolo VI domina la forma quadrata con ampi margini, poi divennero più alti che larghi.
L’inchiostro usato nella scrittura è stato sempre nero. Nei tempi più antichi si preparava con sostanze vegetali a base di nero fumo, mentre i Romani conoscevano e usavano anche inchiostri preparati con sali metallici, simili ai nostri.
Non è esatto quanto affermato da alcuni, che gli inchiostri siano stati introdotti dopo il secolo X.
Nelle ricette del Medioevo i componenti principali erano il vetriolo e la noce di galla disciolti nel vino o nella birra, con aggiunta di gomma. In alcuni casi, per eccesso di contenuto metallico o acidità, l’inchiostro ha successivamente corroso la pergamena fino a perforarla.
Quanto alla colorazione, si può dire in genere che nei primi secoli l’inchiostro è molto nero, nel periodo carolino spesso è scialbo, bruno o rossastro e nei secoli seguenti ridiviene bruno o tende al grigio. L’inchiostro rosso, ottenuto con il minio, è usato solo nei titoli, nelle iniziali e talvolta nelle prime linee a scopo ornamentale o per distinguere le varie parti di un testo.
Nei codici di lusso si ebbe perfino la scrittura in oro o argento. L’uso di altri colori nella scrittura è del tutto eccezionale.
Per le scritture a incisione si usava lo stilus: uno strumento di ferro, d’avorio o d’argento, in forma di stecca che terminava con una paletta da una parte, mentre dall’altra con una punta, in modo che serviva tanto per scrivere quanto per cancellare.
Per le scritture a inchiostro si adoperava il calamus: una canna tagliata e appuntita a guisa dei nostri pennini. Al calamo si sostituì poi la penna volatile, per lo più d’oca; da allora i termini di calamus e di penna si scambiano, tanto che non possiamo stabilire quando il calamo sia stato abbandonato nell’uso. Le penne erano conservate in una teca in cui c’era anche il recipiente per l’inchiostro.
La forma e l’uso dei vari strumenti scrittorii e l’atteggiamento dello scrittore si trovano raffigurati in molte miniature che rappresentano l’autore del testo o il copista nell’atto di scrivere.
La scrivania su cui egli scrive è costituita da un piano di legno, sostenuto da un piede, obliquo come un leggio o da una tavoletta poggiata sulle ginocchia; lo scrittore ha nella destra la penna e con la sinistra tiene fermo il foglio, poggiandovi uno strumento a lama che può servire come raschino per le correzioni e come temperino per appuntire la penna.
Nelle grandi iniziali, nelle miniature e in alcune scritture in oro si usava il pennello.
A completare il corredo dello scrittore occorre ricordare il compasso per tracciare i forellini che segnavano la distanza delle righe, la riga e il punteruolo di ferro e di legno per tracciare le righe a secco.