LE CONDIZIONI LAVORATIVE
DURANTE LO SVILUPPO DELLA CARTIERA BURGO
Possiamo apprendere dal regolamento del 1909 alcuni criteri per le assunzioni degli operai.
Nessun operaio è accettato nello stabilimento se non è munito di un certificato riguardante l’ultimo suo servizio e dei documenti riguardanti la sua buona condotta: all’occorrenza potrà essere richiesto il libretto personale di cui all’art.78 della legge di P.S.; per le donne minorenni e per i giovani al di sotto dei 15 anni si richiederà pure regolare libretto di ammissione al lavoro a norma della vigente legge. I documenti sono ritirati e conservati dalla Ditta per tutto il tempo di permanenza dell’operaio presso la stessa.
Per gli operai nuovi ammessi allo Stabilimento decorrerà un periodo di prova di 15 giorni, durante il quale, tanto l’operaio quanto la Ditta, potranno dare il licenziamento senza preavviso di sorta.
Sappiamo che tra il 1906 e il 1909 il numero degli operai (uomini e donne) assunti dalla cartiera era di 315 persone.
Relativamente all’anno 1906 abbiamo reperito, presso l’Archivio del Comune di Verzuolo, il seguente elenco di dipendenti con l’indicazione dell’età anagrafica:

Elenco dipendenti Burgo, Archivio comune Verzuolo, 1906


Non abbiamo trovato per gli anni immediatamente successivi notizie significative, ma da un altro documento, relativo al periodo della guerra di Libia, conservato sempre presso l’Archivio comunale, deduciamo che le assunzioni erano sottoposte a regole particolari per esigenze belliche:

dall’Archivio comune di Verzuolo, 1912
Dopo la crisi del periodo bellico (1915-18), a partire dal 1920 la situazione tende lentamente a migliorare sotto vari aspetti.
Anche l’occupazione inizia a crescere, ma con un tasso di incremento inferiore a quello della produzione. Gli addetti del settore cartario nazionale, che nel 1913 risultavano 28.000, nel 1931 sono ancora soltanto 25.091, per salire a 31.368 nel 1937. In altre parole, la produzione per addetto passa dai 137 quintali del 1931 ai 166 del 1937, con un incremento del 21%.
Nel 1928 è fatto obbligo agli imprenditori di assumeretramite gli uffici di collocamento, garantendo loro la libertà di scelta tra i lavoratori iscritti. A dieci anni di distanza, nel 1938, la gestione del collocamento viene affidata alle organizzazioni sindacali e viene introdotta la chiamata numerica per i lavoratori non qualificati.
Ricaviamo alcuni dati interessanti sulle assunzioni dei periodi successivi da un documento della Sezione Lavoro di Cuneo dell’1-5-1944, in cui l’azienda fa domanda per poter impiegare elementi di classi giovani soggette ad obblighi militari e presenta il seguente prospetto del personale in servizio:
Impiegat uomini37
donne15
operai uomini694
donne114
Precisa che gli appartenenti alle classi dal 1900 al 1926 sono:
1900 n°161914 n°9
1901 n°321915 n°11
1902 n°241916 n°5
1903 n°221917 n°4
1904 n°291918 n°4
1905 n°201919 n°4
1906 n°271920 n°1
1907 n°201921 n°7
1908 n°241922 n°2
1909 n°191923 n°3
1910 n°191924 n°-
1911 n°141925 n°4
1912 n°191926 n °7
1913 n°22
Nel 1992 viene fatta un’intervista al responsabile del personale e pubbliche relazioni, Paolo Mattei, che ricopre questoruolo dal 1985. Nell’anno dell’intervista, il personale della Burgo risulta composto da 690 dipendenti; il Dott. Mattei prevedeche nell’immediato futuro si lavorerà per 360 giorni l’anno, razionalizzando le fermate per manutenzione o innovazioni tecnologiche. Il funzionario afferma anche che l’eccesso di personale non è altro che la conseguenza del processo di ammodernamento e assicura che tale fenomeno sarà gestito oculatamente, mediante blocco del tourn-over e prepensionamenti, senza creare gravi problemi sociali con licenziamenti per l’esubero di manodopera.
Puntualizza che una grande percentuale di dipendenti proviene da Verzuolo e zone vicine, anche ai livelli alti.
Per quanto riguarda l’orario, ricaviamo le prime notizie dal regolamento della Cartiera del 1909: per un operaio addetto alle macchine motrici e di fabbricazione, l’orario di lavoro giornaliero era di 12 ore, mentre per un ragazzo o una donna di 10 ore al giorno. Ogni lavoratore poteva, se chiamato, prestarsi a fare delle ore di straordinario. L’orario dello stabilimento era determinato nel modo seguente:
personale addetto alle macchine motrici e di fabbricazione: lavoro diurno, entrata ore 7, uscita ore 19; donne, ragazzi e reparti vari: entrata ore 7, uscita ore 12, entrata ore 14, uscita ore 19.
L’avviso di entrata in fabbrica era dato da un fischio di sirena, dieci minuti prima dell’inizio del lavoro. La paga era quindicinale e si effettuava 8 giorni dopo la scadenza della quindicina.
Burgo aveva nel 1919 accettato l’introduzione delle 8 ore, benché il regolamento originale della cartiera ne prevedesse non 10, ma addirittura 12.
“Le ore di minor lavoro non debbono spingervi né alla bettola/fonte di miseria e di debolezze/ né a far concorrenza con l’opera vostra ad altri vostri compagni addetti ad altri lavori.” (La Gazzetta di Saluzzo 3 maggio 1919).
Con queste parole egli lanciava un ambizioso progetto “educativo”: l’istituzione di una bibliotechina aziendale e dei corsi di meccanica, disegno e chimica, che avrebbero arricchito culturalmente i lavoratori. Ma un anno dopo circa una crescente campagna metteva in discussione la grande novità: “Le otto ore sono la prima causa della disoccupazione, perché specialmente in paesi di campagnapermettono ai contadini di occupare un posto nella fabbrica e di curare ad un tempo il lavoro della campagna.” (Bollettino della cartiera n°5, dicembre 1920)
Anche un Bollettino del 1923 si sofferma sull’applicazione della legge relativa alle otto ore lavorative, sostenendo che, senza un adeguato impegno degli operai nel loro turno di lavoro, tale riforma avrebbe potuto avere conseguenze negative sulla produzione e le vendite dell’azienda.
Non abbiamo altre informazioni utili relative all’orario fino alla primavera del 1965, quando, come risulta da documenti conservati nell’Archivio del Comune di Verzuolo, si svolge una complessa vertenza per una riduzione dell’orario di lavoro a causa del calo delle vendite e della diminuzione delle pagine di quotidiani e periodici. Il sindaco Boero chiede l’intervento del sottosegretario ai Lavori Pubblici, on. Romita, perché si faccia portavoce presso l’azienda delle difficoltà dei dipendenti e chieda la ripresa del lavoro anche il sabato. Si prendono contatti a questo scopo con le rappresentanze sindacali e i dirigenti della cartiera, chiedendo di riportare l’orario settimanale dalle 40 alle precedenti 46 ore.
Sappiamo dall’Annuario di statistiche del lavoro chela media generale delle retribuzioni, per lavoratori maschi, nel 1903 era pari a 0,27 lire/ora, e comportava un guadagno medio giornaliero di 2,58£ .
Dalle statistiche della cartiera di Serravalle si ricava che la retribuzione giornaliera del personale femminile in quello stesso anno (1903) oscillava fra le 2 e le 2,25£. Nello stesso periodo le operaie del setificio Keller di Villanovetta non andavano oltre le 1,20£.
Nell’anno 1926 i padroni ottenevano una riduzione consensuale dell’otto per cento dei salari base. Dall’anno successivo cominciò ad abbattersi sui cartai, come su tutti i lavoratori, un crescendo parossistico di “concordati” e di decreti ministeriali.
Fra il 1927 e il 1932 i decurtamenti cumulati raggiunsero un livello collocabile fra il 30 e il 40% del monte retributivo precedente. Le riduzioni venivano giustificate o con le esigenze della produzione nazionale, minacciata a partire dal 1929 dalle ripercussioni della crisi di Wall Street, o con l’accresciuto potere d’acquisto della lira “quota novanta”.
Per trovare notizie circostanziate sui salari dei dipendenti Burgo, occorrepassare agli anni ’40. Nell’agosto ’43, infatti, gli operai della cartiera Burgo di Verzuolo incrociano le braccia per chiedere un aumento del loro salario da fame. Era il primo sciopero dalla fondazione dell’azienda ed aveva carattere prevalentemente economico, ma anche un significato di protesta contro la continuazione della guerra.
Lo sciopero avvenne nei giorni 19 e 20 agosto, da come ha potuto appurare Livio Berardo, figlio di Giovanni, che fu uno degli operai arrestati e condannati in seguito all’agitazione.
Il Berardo rammenta che in quel periodo un operaio comune della Burgo percepiva lire 2,88 all’ora, molto meno della retribuzione media nelle industrie torinesi dopo gli aumenti seguiti agli scioperi di marzo. È anche vero che con il lavoro straordinario si potevano guadagnare 30 lire al giorno, ma con 30 lire “non era quasi possibile comperare un fiasco di vino o un chilo di pere”.
Il 19 agosto gli operai impegnati in un lavoro faticoso, compiuto in condizioni disagiate, si fermarono; gli scortecciatori dei tronchi posarono i coltellacci. Il blocco del reparto ebbe immediate ripercussioni sul ciclo di lavorazione: oltre 200 operai su 1000 dell’azienda si unirono alla protesta. Le minacce non valsero, nemmeno l’intervento dello stesso Burgo.
Lo sciopero proseguì il giorno dopo, ma intervennero le forze dell’ordine e sette dipendenti furono arrestati e processati.
L’8 settembre, al termine del processo, Burgo concedeva agli operai un aumento giornaliero di 10 lire.
Tra gli anni 1906 e 1929, sono state stabilite alcune regole pertutelare il lavoratore:
Legge per la pensione agli operai
Un decreto legge del 21 aprile 1920 rende obbligatoria l’assicurazione contro l’invalidità e la vecchiaia per gli operai , uomini e donne, che abbiano compiuto l’età di 15 anni e non superato quella di 45. L’assicurazione ha per scopo principale l’assegnazione di pensione in caso di invalidità al lavoro o per vecchiaia; concede assegni temporanei mensili alle vedove ed agli orfani degli assicurati; provvede alla prevenzione e alla cura dell’invalidità. Un operaio, compiuti i 65 anni, o qualunque sia l’età, purchè riconosciuto permanentemente invalido al lavoro, in entrambi i casi, sempre che i contributi versati abbiano raggiunto una determinata somma, ha diritto alla pensione. La pensione è costituita da due parti: una corrispondente ai contributi versati dall’operaio assicurato e dal principale; l’altra corrispondente al concorso dello Stato.
Della Commissione Provinciale del nuovo Istituto di Previdenza Sociale fa parte anche l’ing. Burgo.
Nei primi anni ‘20 (all’inizio del regime fascista) il signor Burgo annunciò l’erogazione di tre milioni a potenziamento della cassa di anzianità a favore degli impiegati e degli operai.
Apprendiamo da un Bollettino dell’ottobre 1920 della costituzione di una commissione interna, in rappresentanza delle maestranze, per cooperare con la direzione alla revisione delle categorie e all’eliminazione di non meglio precisati “inconvenienti” (ricordiamo che siamo in un periodo di forti tensioni sociali e frequenti scioperi). Tale commissione sarebbe stata costituita da nove membri, sette uomini e due donne, in rappresentanza dei vari reparti. È probabile che la revisione delle categorie fosse collegata a una variazione dei salari. Si comunica sullo stesso Bollettino di un prossimo pagamento di “arretrati”, non definiti con precisione.
Negli anni ’30,la Cassa perse almeno in parte la capacitàdi rappresentare e interpretare le istanze del mondo del lavoro. La severità della politica previdenziale fascista, infatti, restituì ai lavoratori, sotto forma di prestazioni, una ben misera parte dei risparmi sottratti loro attraverso la contribuzione obbligatoria. Èa questo punto necessario considerare il problema previdenziale sotto tre aspetti: assegni familiari, assicurazioni, infortunistica.
Assegni familiari
L’atto di nascita degli assegni si ebbe con l’accordo dell’ottobre ’34 tra Confederazione fascista degli industriali e Federazione fascista deilavoratori. Esso contemplava, da un lato, la riduzione dell’orario di lavoro ai fini di maggiore impiego di mano d’opera; dall’altro, appunto l’emanazione degli assegni che dovevano venire in aiuto ai lavoratori aventi famiglia a carico, particolarmente danneggiati dalle riduzioni salariali. Attraverso successivi accordi interconfederali e diversi decreti legislativi, gli assegni familiari furono estesi dapprima a tutti i lavoratori dell’industria, indipendentemente dalle ore lavorate, poi ai dipendenti delle aziende commerciali e delle aziende agricole; vennero assegnati al capofamiglia e vennero calcolati sulla base del numero di familiari a carico.
A partire dal 1937 gli assegni assunsero sempre più la funzione di premio alla famiglia riproduttrice, strumento di incoraggiamento al ritorno o alla permanenza delle donne al focolare e di sostegno del lavoro maschile. Il loro peso nell’accrescimento del salario appareperò assai modesto. Nel 1940, esso fu calcolato pari a una quota compresa tra il 5 e il 15 per cento del salario medio giornaliero: cifra lontanissima dal contribuire concretamente a coprire il costo di allevamento dei figli.
Assicurazione e assistenza
La vecchia assicurazione obbligatoria per la maternità fu estesa a tutte le lavoratrici nel 1935. Infine, con la legge di “riordino” del 1939 si ampliò il campo assicurativo, estendendo la reversibilità delle pensioni a favore dei familiari dei lavoratori deceduti, si anticipò l’età pensionabile a 55 anni per le donne e 60 per gli uomini, si introdusse l’automaticità nella concessione delle prestazioni nei settori della assicurazione nuzialità e natalità, in quelli della tubercolosi e della disoccupazione involontaria.
Infortunistica
Per quanto riguarda la tutela dei lavoratori contro gli infortuni sul lavoro, il regime mantenne in vita una legislazione sull’infortunistica arretrata e gravemente carente. Nel 1931, dopo anni di discussioni, l’assicurazione contro le malattie professionali giunse a coprire solo otto casi di malattia, contro i trenta-trentacinque coperti per legge nella maggioranza dei paesi industriali avanzati. L’infortunio rimase solo un rischio professionale.
Apprendiamo da un documento del 1933, conservato nell’ Archivio del Comune, che il medico condotto era autorizzato dal podestà a saltuarie prestazioni a favore degli operai della Cartiera.


1933, Archivio del Comune, medico autorizzato dal podestà a saltuarie prestazioni a favore degli operai della Cartiera.